Se il gioco è la vostra passione visitate il
Musée Suisse du Jeu
KG
STUDIO
Se la prima domanda che viene di solito posta da chi vorrebbe intraprendere la carriera di inventore di giochi è quella che riguarda come fare a proteggersi dai plagi, la seconda è certamente quella relativa alla strada da seguire per veder pubblicata la propria creazione. La pirma domanda è abbastanza sciocca e rivela inevitabilmente una scarsa conoscenza di un abiente nel quale i casi di plagio sono quasi inesistenti, anche perchè è molto difficile che qualcuno inventi un gioco che non sia in qualche modo un'evoluzione di qualche altro concetto di gioco già esistente. Chiunqe si occupi di giochi a livello profesisonale sa perfettamente che un gioco è un insieme di regole che a loro volta evolvono partendo da altre regole scritte in passato. Come nella cucina non si inventano gli ingredienti di base, ma solo il modo di metterli insieme, anche nei giochi non si inventa nulla di veramente originale, quindi è perfettamente inutile vivere con l'angoscia che qualcuno possa rubarvi l'idea, anche perchè le case editrice vivono grazie alle idee degli autori di gioco e sono abituate a lavorare riconoscendo i loro diritti. Naturalmente, come in tutte le cose della vita, un cattivo incontro è sempre possibile, ma è del tutto inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta.
La seconda domanda è invece decisamente più interessante, anche perchè implica un approccio professionale alla progettazione del proprio gioco. Trovare il giusto editore, infatti, non è facile e richiede un lavoro che va molto al di là della semplice presentazione di un'idea. Sul come agire esistono diverse scuole di pensiero e autori diversi potranno sicuramente darvi consigli diversi a seconda della loro esperienza diretta. Personalmente ho recentemente letto un libro del game designer americano Keith Meyers, che scrive esattamente quello che avrei potuto scrivere io in base alla mia personale visione della cosa. Ho quindi pensato che fosse assai più semplice consigliarvi la lettura di questo snello ed economico libretto, piuttosto che scrivere pagine di consigli.
Il libro si intitola "Paid to Play", è scritto in inglese (se non sapete l'inglese è meglio se lo studiate, perchè non si può neppure lontanamente pensare di diventare un game designer senza essere in grado di dialogare in una lingua diversa dall'italiano), lo si acquista su Amazon oppure direttamente dal sito dell'autore, costa poco ed è pieno di buoni consigli, non solo per quanto riguarda l'approccio al mercato, ma anche relativamente al come realizzare un prototipo o gestire i playtest.
La cosa che mi piace di più di questo libro è l'approccio tutto americano al problema. Gli americani hanno da sempre una visione ottimistica della vita (a volte troppo otimistica) e questo consente loro di essere normalmente più competitivi di quanto non siamo noi eruopei in generale e noi italiani in modo particolare. Nel libro di Keith Meyers non leggerete la solita sequela di lamentele sulla mancanza di "cultura del gioco", sulla pochezza del mercato, sull'inadeguatezza della rete distributiva ecc. ecc. alle quali siamo abituati. Leggerete invece molti buoni consigli di un autore che non vi illuderà con l'diea che diventare game designer sia una cosa facile, ma vi farà capire esattamente che cosa sia essere un game designer. Anche se l'impostazione del libro è chiaramente "marketing oriented", non mancano gli spunti "filosofici", come quello dell'ultimo capitolo nel quale l'autore si pone la domanda: "Quando potrò andare in pensione?" La sua onesta risposta è che sono ben pochi gli autori che hanno raggiunto un successo tale da potersi permettere di andare in pensione grazie ai proventi e alle royalty derivanti dai loro giochi, ma poi dice anche che lui non ricorda di aver mai sentito un autore di giochi parlare di pensione. "Per noi, il lavoro è come un gioco - scrive Meyers - quindi perchè mai dovremmo voler andare in pensione? Creiamo divertimento, ci divertiamo e frequentiamo persone divertenti. Farete molta fatica a trovare qualcosa di meglio da fare nella vita". Sottoscrivo.

Riflessioni sul gioco - di Spartaco Albertarelli